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E Renotte, il lattaio?

Posso non ricordare il signor Renotte? Sia mai! Dunque partiamo dall’inizio della vicenda. A casa mia tutti potevano bere il latte tranne la sottoscritta, “ti fa venire mal di pancia, ti fa venire la dermatite, ti fa venire l’emicrania…”, in sostanza il latte a me doveva far venire tutte le malattie del mondo dunque mi fu severamente vietato! Fatto sta che lo assaggiai di nascosto e me ne innamorai perdutamente tanto che dovetti inventare di sana pianta il Signor Renotte, il lattaio per poter compensare la funesta proibizione.

Partendo dal presupposto che vivevo nella mia dimensione come più volte detto immaginaria, trovai sollievo organizzando la mia camera come se fosse la mia abitazione dentro la quale metterci tutto quello che mi veniva puntualmente negato. Così arredata: letto a baldacchino bianco, scrivania dell’800, armadi a muro con posti segreti, vetrinetta a muro con dentro di tutto e di più ( mancavano soltanto le bamboline voodoo e poi era al completo) tendaggi ampi blu e bianchi, il mio pianoforte e poi tavolino da pranzo apparecchiato per tutti i miei pupazzi, lettini sempre per le mie creature e il giradischi che spesso girava ma non sentivo niente. Sulla finestra il mio terraio a tecla con le formiche, le mie lumache (12 per l’esattezza) e i miei vari ritrovamenti (denti, ossa, quello che trovavo portavo a casa) Quello era il mio mondo dentro il quale tutto prendeva considerevolmente vita grazie al mio desiderio di compensare i vuoti vari.

Arrivò così il mio lattaio inventato in segno di protesta, tanto che presi a dire con una certa insistenza che Renotte non sosteneva la loro teoria del “il latte fa male” ma che al contrario “ai bambini fa un gran bene e che persino gli animali nutrono i loro piccoli con il latte.” Mi presi il castigo del giorno, ci finivo un giorno sì e l’altro anche, proprio per questo mio modo di attivare la fantasia nei momenti di diniego che davvero non concepivo.  Lo immaginai più o meno così ⇓

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Munito di cavalli e grosse taniche di alluminio che urlava per le strade ” latte gente, bevete latte che fa bene…” mentre a me venivano serviti vomitevoli bicchieroni di verdura centrifugata amara (giallo verde come la bile presente?) e tè rigorosamente senza zucchero perché “fa venire le carie.” Ma per non arrendermi, alle mie creature sedute al tavolo, davo latte da bere da mattina a sera mescolando l’acqua alla polvere dei gessetti bianchi che raccoglievo a scuola dal porta spugnette della lavagna.

Arrivò il giorno in cui mi gustai mezzo litro di latte in compagnia del signor Renotte scrivendo appunto una storia sul latte con sotto il naso una bella tazza fumante di quel liquido gustoso che ancora oggi bevo a litrate. Eppure… non una macchia, non una colica, niente dermatite. Va che traffico che ho dovuto fare per sognare di poter bere il latte.

Grazie a Renotte ho compensato anche quello e ne avrei da raccontare………………. :))))))))

Quando inventai Miss. Tiptoe

In Inglese Tiptoe significa in punta di piedi, nome che decisi di dare a un personaggio che mi gironzolava per la testa durante la mia adolescenza. Di per sé l’adolescenza è uno di quei momenti in cui si pensa di sapere tutto e invece si sa molto poco, e nel mio caso specifico garantisco che sapevo meno di quelli che ne sapevano molto poco.

Vivendo molto, anzi direi moltissimo in un mondo collaterale, quel poco che mi arrivava era spesso oggetto di lunghe riflessioni. Non avendo utili indirizzamenti spesso navigavo in mare aperto senza ben sapere come fare, per poter fare.

Inventai la signorina Tiptoe un giorno, era estate inoltrata, faceva un caldo impressionante e l’unica cosa in grado di scollarmi dal soffocamento che sopportavo a fatica, era quella di buttarmi dentro fogli bianchi e dar vita a qualcheduna delle mie diavolerie. Decisi che doveva somigliare a una signora così. ⇓

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Rigorosamente Inglese, sulla settantina, molto arzilla ma più magrina della sopra citata.

Decisi che sarebbe stata una sorta di coscienza matura alla quale appellarmi in caso di dubbio, affidandomi alla saggezza dei suoi anni. Quindi ad ogni quesito irrisolto, pensavo a cosa mi avrebbe potuto consigliare la saggia signora anziana che coabitava con e in me ogni giorno.

Ebbi la brillante idea di scriverne qualcosa a scuola, tanto che ci fu un momento in cui tutti pensavano che questa “amica” esistesse realmente e che fosse straordinario ogni suo intervento. Di fatto, spiegai nel tempo, che in realtà era soltanto una proiezione di quello che sarei voluta diventare da grande, quindi una donna datata, saggia, colma di buon gusto e ottime maniere. Colta quel tanto che basta, folle per alcuni versi come gli Inglesi, non bevitrice, fumatrice e scribacchina. Sì perché Miss. Tiptoe, nel suo mondo immaginario, è una scrittrice casalinga che non ambisce ad alcun successo ma che attinge dalla scrittura una considerevole energia vitale. Vive ad Albemarle Street, e passa gran parte delle sue giornate a guardare i passanti per strada per poi, raccontare qualcosa nei suoi quaderni, soprattutto la sera davanti alla tv. Vive con un gatto che si chiama Mozart, un topo che si chiama Renoir e una sveglia che trilla a ogni ora, questo a ricordarle che la vita va vissuta ora per ora, momento per momento, pioggia, vento, sole, nebbia e neve che sia. Ama smisuratamente il numero tre, per via degli scalini che la separano dal resto del mondo che si trovano proprio davanti alla sua casa. Seduta sul terzo scalino, spesso in estate, ascolta il vociare della gente mentre le ore le scorrono dentro. Ha sempre parole gentili per tutti, nonostante non sia una chiacchierona di natura, o meglio le parole le occorrono quando deve scrivere più che per parlare. Non ama parlare, piuttosto gradisce ascoltare e intervenire quando e se sia il caso di farlo. Non si è mai sposata perché io non gliel’ho permesso. Un matrimonio me l’averebbe portata via e nell’immaginazione si sa tutto deve sposare le proprie esigenze interiori. Egoisticamente me la porto dietro da molto dunque non era necessario farla accasare. Ha molti amici, le nuvole ad esempio, o le foglie secche che fanno sempre un gran rumore sotto i tacchi. Le stelle poi le porgono sempre gentili occhiolini e la pioggia dispettosa, che le sporca i vetri ma che sa tamburellare come nessun altro strumento al mondo sa fare.

Miss. Tiptoe era la mia parte “vecchia”, quella che sentiva di aver già vissuto tanto, forse troppo nonostante la mia giovane età ed era quella frangia di tempo che desideravo proiettare verso il futuro per potermi sentire al sicuro. Quel tempo fatto di cose accomodanti e serene, quello spazio dentro il quale tutto filava liscio come l’olio senza intoppi e insicurezze. Ho sempre pensato che sarebbe stata la mia parte vincente perché pensando a lei ho imparato che le regole per il quieto vivere stanno dentro di me.

Miss. Tiptoe è nata in un giorno d’estate e ora se ci penso ha una cosa come cento e sei anni… ma si sa, certe cose cose durano il tempo in cui duriamo noi :))))))

 

“Restituiscimi”

Restituiscimi quella che sapeva danzare sui fili del bucato sotto il sol leone.

Quella che sapeva leggere dell’amore, nell’amore.

Quella bella senza trucco e alta senza tacchi.

Quella bruna, bionda e rossa che sapeva giocare con i riflessi della luce.

Quella ricca senza soldi, quella povera ma di tanto cuore.

Restituiscimi i fiori che avevo coltivato, erano il mio giardino. I vasi, la mia casa, lo specchio la mia identità, la tavola il mio appetito, le labbra i miei sorrisi.

Restituiscimi quello che mi hai rubato.

Restituisci me a quella me, che non ha altro se non queste povere lettere dell’alfabeto che da disordinate quali erano, sta imparando a riordinare.

“Restituiscimi”